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LA BELLEZZA DEI 70 ANNI - BOB DYLAN

«Ah, but I was so much older then, I'm younger than that now». Così cantava Bob Dylan nel ‘64 in My Back Pages, quando giovane lo era davvero. Parole che si potrebbero riutilizzare oggi mentre il Menestrello varca la soglia dei 70 anni. Non che Dylan, al secolo Robert Allen Zimmerman, abbia conservato aspetto e voce da giovanotto. Eppure, ad ascoltarlo bene, ricorda da vicino quel ventenne che, alle prime esibizioni, si sforzava di sfoggiare timbro ed inflessione da vecchio bluesman.

Negli ultimi tempi, poi, pare addirittura ringiovanito quest'uomo capace, per la prima volta in 30 anni, di sfornare un album che torna a svettare nelle classifiche di mezzo mondo. Con Modern Times, che per inciso di moderno non ha nulla, nel 2006 si è, infatti, piazzato di nuovo al primo posto delle chart, posizione che non raggiungeva dai tempi di Desire del '76. Se questo non bastasse, nel frattempo, Dylan ha anche vinto un Pulitzer e un premio Oscar, con la bellissima Things have changed, inclusa nella colonna sonora del film Wonder Boys. Questo vecchietto dal cuore giovane, inoltre, è impegnato in una tournée che prosegue praticamente ininterrotta dal 1988. Il cosiddetto (dagli altri, naturalmente) Never Ending Tour che lo porta a totalizzare dai 60/70 ai 100 e più concerti all'anno, da una parte all'altra del pianeta.

Tentare bilanci e analisi definitivi sulla carriera di Bob, che settant'anni fa nasceva a Duluth nel Minnessota, significa avventurarsi in un campo minato. In tutto questo tempo è sempre stato sulla scena, cambiando pelle infinite volte, sconvolgendo puntualmente ammiratori e fan ma rimanendo se stesso nell'unico modo possibile per un personaggio come lui. Le sue incarnazioni ormai non si contano più: paladino folk dei diritti civili, profeta elettrico degli anni ‘60, bluesman, cantante di gospel cristiano, poeta visionario e apocalittico. E' stato definito in mille modi e li ha rifiutati, ostinatamente, tutti. Tanto che Joan Baez, che con lui ha avuto una sofferta ed intensa relazione oltre che un indimenticabile sodalizio artistico, racconta un po' smarrita e un po' divertita di tutta la gente che ancora oggi le chiede, quando si esibisce per una causa, dove sia il Menestrello. E lei, puntualmente, risponde: «Non c'è. Sono almeno 50 anni che non viene più a queste manifestazioni». Eppure, per moltissimi, lui è ancora quello, il ragazzo scapigliato che cantava Blowin' in the wind e si batteva contro la guerra e per la libertà.

Troppi gli aneddoti, infinite le svolte. Delle canzoni leggendarie, poi, si perde facilmente il conto né è agevole sviscerarne l'intricato simbolismo. In fondo, ognuno ha il suo Bob Dylan. Basta soltanto accettare il fatto che quello vero è sempre anche qualche cosa di diverso. E questo è uno dei segreti di tanta longevità.

«There must be some way out of here» recitano i versi di apertura di All Along The Watchtower e, a pensarci bene, la vita di Zimmerman è stata tutta tesa a cercare una via d'uscita. Una fuga da quello che, di volta in volta, era diventato per milioni di persone. Eppure, c'è anche un altro modo di guardare alla sua lunghissima parabola. E cioè quello di pensarla come un moto circolare. Quel ragazzo arrivato come un vagabondo dalle fredde pianure del nord cercava, all'alba dei Sixties, di rifarsi ai grandi bluesman del passato e ai cantanti country degli anni ‘40 e ‘50. Poi, raggiunse la fama, lasciò tutti di stucco imbracciando la chitarra elettrica e si trasformò nell'uomo venuto per "mostrare la via" ai Beatles.

Ma oggi, dopo i flop degli anni '80 quando tentava di trasformarsi in una semplice rockstar, Dylan è tornato esattamente nel punto dal quale era partito. La musica che suona, giorno dopo giorno, non è quella dell'era psichedelica, quel " wild mercury sound" che dichiarava di aver trovato tra il '65 e il ‘66. Non più. Da oltre vent'anni, His Bobness propone ritmi fuori dal tempo, suoni immortali, trasportati da qualche radio fantasma che trasmette dal delta del Mississippi.

Perfino l'abbigliamento, cappello texano calato sugli occhi e completo da cantante country, ci parla di quel mondo. Ad ogni concerto, viene annunciato da uno speaker che ripete: «Ladies and Gentlemen, the Columbia recording artist, Bob Dylan!», rievocando tempi remoti, nei quali l'etichetta contava più dell'artista.

Quest'uomo che stravolge le sue canzoni con arrangiamenti impensabili e con una voce tagliente e arrugginita come un attrezzo vecchio, ha conservato un fascino intramontabile. Proprio perché si esibisce sera dopo sera come un onesto artigiano, sempre più interessato all'ultimo disco che a quelli precedenti, non è finito prigioniero di un passato ingombrante pronto a tramutarsi in una pietra tombale. E' per sopravvivere alla leggenda, insomma, che Dylan ha dovuto fare a pezzi parte del suo stesso mito, rifiutando con ostinazione di lasciarsi imbalsamare nel ruolo di icona.

Su di lui sono stati girati film, scritti libri, saggi, biografie. Allen Ginsberg lo ha definito «il più grande poeta della seconda metà del XX secolo». E' impossibile calcolare l'influenza esercitata su musicisti e artisti in generale, basti dire che pochissimi altri sono stati "coverizzati" quanto Bob (si pensi a canzoni come All Along The Watchtower, Knockin'on Heavens Door, Blowin'in the Wind). Della sua vita privata invece si sa poco o nulla, soprattutto da un certo punto in avanti, perché Dylan di se stesso ha sempre parlato malvolentieri.

I riflettori di tutto il mondo si accesero, però, improvvisamente su di lui quando, nel '97, sembrò ormai prossimo alla fine, colpito da pericardite, una grave infezione che attacca il cuore. Ma Zimmerman si riprese e, ironico, dichiarò: «Pensavo veramente che avrei rivisto Elvis».

E allora eccolo qua, ancora capace di stupire e di far sentire la propria voce per quanto segnata dagli anni. Come quando, pochi giorni fa, ha deciso di rompere il suo proverbiale silenzio per smentire seccamente tutti quelli che lo avevano attaccato, accusandolo di essersi fatto censurare dal governo di Pechino, nella sua prima turnée cinese.

Che altro aggiungere? «Non è ancora buio - canta Dylan nella struggente Not Dark Yet - ma presto lo sarà». A guardare come se la cava a settant'anni suonati, viene voglia di aggiungere: non così presto, Bob…

M.Barbonaglia - Il Sole 24 Ore - maggio 2011

Ecco il video originale di una delle canzoni più famose e più belle di Bob Dylan: ''Blowin' In The Wind'' e, per chi non conosce l'inglese, la traduzione in italiano del testo.

How many roads must a man walk down,
before you call him a man?
How many seas must a white dove fly,
before she sleeps in the sand?
And how many times must a cannon ball fly,
before they're forever banned?
The answer my friend is blowing in the wind,
the answer is blowing in the wind.
How many years can a mountain exist,
before it is washed to the sea?
How many years can some people exist,
before they're allowed to be free?
And how many times can a man turn his head,
and pretend that he just doesn't see?
The answer my friend is blowing in the wind,
the answer is blowing in the wind.
How many times must a man look up,
before he sees the sky?
And how many ears must one man have,
before he can hear people cry ?
And how many deaths will it take till we know,
that too many people have died?
The answer my friend is blowing in the wind,
the answer is blowing in the wind.
The answer my friend is blowing in the wind,
the answer is blowing in the wind.



Quante strade deve percorrere un uomo
prima che possiate chiamarlo uomo?
E quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
prima di dormire sulla sabbia?
E quante volte devono volare le palle di cannone
prima di venir proibite per sempre?
La risposta, amico mio, soffia nel vento,
la risposta soffia nel vento.
E quanti anni può esistere una montagna
prima di essere dilavata, fino al mare?
E quanti anni può esistere un popolo
prima di essere lasciato libero?
E quante volte può un uomo volgere il capo
e fingere di non vedere?
La risposta, amico mio, soffia nel vento,
la risposta soffia nel vento.
E quante volte un uomo deve guardare in alto
prima di vedere il cielo?
E quanti orecchi deve avere un uomo
prima di sentir piangere gli altri?
E quante morti ci vorranno
prima che capisca che troppa gente è morta?
La risposta, amico mio, soffia nel vento,
la risposta soffia nel vento.

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