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LO SPIRITO ELEGANTE DI AUDREY HEPBURN

Sei mesi prima che Audrey si specchiasse nella vetrina di Tiffany in abito da sera e di primo mattino, nasceva Sean Hepburn Ferrer. Il figlio tanto atteso, per il quale la mamma-star aveva rifiutato un film di Hitchcock. Per lei essere madre era l’inizio della sua seconda carriera. Dopo, niente sarebbe stato più lo stesso.

Sean, come si convive con un’immagine tanto forte?
«Salvaguardandola. E separando la leggenda dalla realtà. Audrey non ci lascia in eredità solo l’immagine di “Sabrina” o di “Holly” ma il potere che ha messo al servizio del bene».

Ambasciatrice dell’Unicef, la sua terza carriera.
«Vede, per essere una leggenda di stile non basta essere belle o essere la musa di Givenchy. La sua eleganza esplodeva quando tendeva la mano a un bambino che aveva bisogno, la semplicità con la quale si metteva al servizio di chi stava male. Un bouquet di ragioni la rendono una leggenda. Non ultima, l’incapacità di dare scandalo. Oggi la sua personalità così discreta è adorata dai giovani e almeno la metà dei suoi fan sono adolescenti, ragazzi che non sono della sua epoca. Tutto questo va tutelato».

Rientra in questo lavoro anche la mostra su di lei?
«Certo. Ed è anche un omaggio a Roma che mia madre adorava. Molti sono ancora convinti che ci passò per poco. “Audrey a Roma”, ha immagini inedite e paparazzate raccolte da mio fratello, Luca Dotti, tra ottomila foto mai viste prima. Ma ci sono anche video privati familiari, noi in vacanza, lei al mercato. “Amici di Audrey”, che ha promosso l’iniziativa, devolverà l’incasso all’Unicef. Siamo un gruppo di donatori che si fanno promotori anche di eventi benefici. E in gran parte si tratta di gente del cinema».

Su sua madre lei ha scritto un libro: Audrey uno spirito elegante . Di questo aspetto iconico molto si è scritto. Si disse anche che con Hubert de Givenchy lei ebbe un rapporto simbiotico, che fossero inseparabili come ago e filo.
«Lo spirito elegante che descrivo nel libro è legato alla sua grandezza. Quando ha capito di dover morire, “la nonna jet” ha scritto delle lettere ai nipoti che non l’avrebbero conosciuta di persona. Non è stato facile da accettare per me, ma alla fine ho capito che l’importante non è ciò che dici ma come lo fai. Solo così puoi permetterti tutta la verità».

Sua madre si piaceva come attrice?
«Non era mai contenta di quello che faceva. Era stata educata a non mettersi in mostra e soffriva fisicamente ogni volta che doveva recitare. Era molto sensibile. E neanche si vedeva bella, tanto da rimanere sorpresa nel notare l’ammirazione che destava. È come quando un cerbiatto all’improvviso alza gli occhi, non capisce di essere irresistibile».

C’è un film che sua madre ha amato più degli altri?
«Quelli dove si creava una bella atmosfera. Forse “Storia di una monaca” o “La calunnia” con Shirley MacLaine, assieme ad “Arianna”. Almeno, questi sono i miei preferiti. A differenza di Liz Taylor mia madre fece non più di 18 film ma tutti fantastici».

E «Colazione da Tiffany?»
«Lo fece con grande gioia. Imparò persino a fischiare per fermare il taxi, scena irresistibile. Sapeva che si trattava dell’ultimo capitolo di una carriera vissuta in un certo modo. Dopo qualche anno io non sarei più potuto andare sul set e lei si sarebbe dedicata al suo ruolo di madre a tempo pieno. Per lei quel film è stato come guardare un tramonto. Bellissimo».

Che madre era sua madre?
«Insegnava con l’esempio e mai forzando. Una donna che aveva conosciuto la fame e la guerra. Odiava gli sprechi e ci trasmetteva valori sani, senza i vizi di una certa Hollywood».

M.Tamburrino - La Stampa - Agosto 2011

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